Effetto dell’osteopatia sul sistema nervoso autonomo

Progetto di ricerca osteopatica: Brognoli A., Amoruso M., Giussani L. – Relatore: Dott. Spaziante F. D.O.

“L’osteopatia pone l’enfasi sull’integrità strutturale e funzionale del corpo e sulla tendenza intrinseca del corpo ad auto-curarsi. Il trattamento osteopatico viene visto come influenza facilitante per incoraggiare questo processo di auto-regolazione. I problemi lamentati dai pazienti, come risulta evidente dalle varie definizioni, sono un’integrazione di diversi sistemi, coinvolgendo quindi anche l’elaborazione soggettiva del singolo paziente in relazione a svariati fattori. Tutto questo, considerando anche le ricerche sulla psiconeuroendocrinnoimmunologia, evidenziano la complessità e la non linearità dei meccanismi che regolano il corpo umano”.

L’osteopatia, da tempo, studia la possibile relazione tra trattamento osteopatico e modifiche dei parametri autonomici per dimostrare se effettivamente il trattamento manipolativo osteopatico abbia un’influenza su questo sistema regolatore di aspetti fondamentali del corpo come per esempio l’infiammazione.

Studi che supportano la relazione tra osteopatia e sistema nervoso autonomo

In uno studio sui bambini pretermine del 2014, Cerritelli e altri osteopati italiani sostengono: “Manipolazioni osteopatiche potrebbero ridurre il rilascio di citochine e influenzare l’attività̀ simpatica creando una cascata di eventi biologici e neurologici, attualmente poco studiati, che modulano i meccanismi infiammatori e del Sistema Nervoso Autonomo”(1). Tuttavia, quest’associazione è stata considerata solo teoricamente poiché́ è impossibile misurare in modo specifico il sistema nervoso autonomo stesso.

Negli ultimi decenni, sono stati sviluppati e perfezionati metodi indiretti per fornire markers non invasivi di equilibrio del SNA, come l’uso di biomarkers salivari (l’alfa-amilasi salivare è un marcatore ben consolidato); le onde di Traube-Hering-Mayer, o la saturazione dell’ossigeno sui flussi cerebrali. Ad oggi, l’HRV, analisi della variabilità della frequenza cardiaca, è considerato uno dei metodi di valutazione più accreditati. Esso si fonda sull’osservazione degli intervalli RR (intervallo del complesso QRS nella fase di depolarizzazione del nodo del seno) non costanti, che oscillano continuamente intorno ad un valore medio. Meccanismi neurali estremamente complessi sono responsabili di queste fluttuazioni; questi si basano sulle interazioni tra il sistema nervoso simpatico e parasimpatico. Anche la pressione sanguigna è un parametro emodinamico la cui variabilità̀ viene ampiamente utilizzata nella pratica clinica. Tuttavia, la valutazione della funzione autonomica è difficile e richiede tempo, precisione ed esperienza. Sebbene le analisi computerizzate siano in continuo perfezionamento, sono necessari ulteriori studi e strumenti per misurare l’impatto del trattamento manipolativo osteopatico sul sistema nervoso autonomo.

In base a queste premesse, l’obiettivo della nostra revisione è stato quello di analizzare la recente letteratura scientifica al fine di valutare l’effetto del trattamento manipolativo osteopatico sul Sistema Nervoso Autonomo in relazione alla variazione dei parametri emodinamici e cardiaci. I 5 studi da noi selezionati dopo una attenta ricerca, analizzano: l’intervallo R-R con la potenza spettrale di LF e HF, l’HRV, la P sanguigna e Freq. Cardiaca, l’ossigenazione dei tessuti cerebrali, e la portata salivare dell’Alfa-Amilasi.

Analisi degli studi

In particolare, nel primo studio, è stato dimostrato che, dopo l’OMT, la media degli indici cardiaci si è globalmente modificata. Nel secondo studio, dopo l’applicazione della tecnica rib-raising, i risultati ottenuti hanno registrato una diminuzione dell’attività dell’α-amilasi salivare, indicatore dell’attività parasimpatica. Nel terzo studio, i partecipanti hanno ricevuto due manipolazioni osteopatiche craniche, e, i dati ottenuti dopo il trattamento, hanno evidenziato differenze non significative nelle misurazioni di base per i parametri: frequenza cardiaca, MPA, SaO2, SctO2 a sinistra e a destra; mentre, l’ossigenazione dei tessuti celebrali si riduce. Nel quarto studio, ai partecipanti è stata proposta una tecnica di rilascio mio-fasciale in zona cervicale e in seguito è stato applicato un trattamento di decompressione sub-occipitale; i dati raccolti dimostrano che il trattamento può influenzare gli indici di variabilità della frequenza cardiaca, in particolare aumentando i valori della HF, e diminuendo cosi il rapporto dell’intervallo R-R. Nel quinto studio ogni partecipante al gruppo “OMT” ha ricevuto 20-30 minuti standard di trattamento. Le tecniche includevano: tecniche sui tessuti molli, articolatorie, rilascio mio-fasciale, e TEM. È stato rilevato che l’OMT può condizionare la risposta emodinamica in associazione con l’impiego della pompa muscolo scheletrica tramite l’heel raising, associata ad un aumento della pressione media arteriosa (MAP) e un decremento del battito cardiaco (HR). Questi studi sono fondati sulla premessa che, in base alle ricerche, la potenza HF (0.15-0.30 Hz) sia una funzione di modulazione parasimpatica della frequenza cardiaca, la potenza LF (0.04-0.15 HZ) sia una funzione di modulazione sia parasimpatica che simpatica della frequenza cardiaca, e che il rapporto LF/HF rifletta l’equilibrio simpatico-vagale (2).

Dunque che ruolo ha l’osteopatia?

Sulla base dell’applicazione di questi principi, i dati dei nostri studi indicano che l’OMT determina un cambiamento nel passaggio da simpaticotonia a parasimpaticotonia, stabilendo una relazione quantitativa tra manipolazione osteopatica ed equilibrio simpatico-vagale; il tutto è giustificato da un aumento della potenza spettrale HF e una significativa riduzione del rapporto LF/HF. Quindi, l’OMT influenza i parametri emodinamici, cardiaci e salivari. Tuttavia, non ci è possibile stabilire se tali variazioni abbiano un effetto positivo o meno sulla salute del paziente in quanto non è specificatamente dichiarato negli studi, inoltre tutti i partecipanti degli RCT sono soggetti sani. Va anche sottolineato che, ad oggi, c’è una quantità esigua di informazioni sugli effetti fisiologici di queste tecniche, dei meccanismi attraverso i quali esse operano e ci sono modi differenti in cui la tecnica può essere eseguita. Inoltre, standardizzare con l’applicazione di una singola tecnica, come accade sia negli studi esaminati e, più in generale, in alcuni progetti di ricerca, contrasta con il principio osteopatico di trattamento inteso come globale approccio al paziente.

In visione di studi futuri, riteniamo interessante l’idea di avviare RCT in grado di mettere in rapporto l’OMT con quadri patologici infiammatori e disautonomici, al fine di valutarne l’effetto su pazienti con patologie che coinvolgano direttamente il SNA, rendendo l’osteopatia una possibile integrazione alle terapie già̀ in uso. Difatti l’OMT è un intervento non farmacologico che può̀ fornire benefici unici, come si evince nel RCT sulle donne in gravidanza (3), e qualsiasi azione possa avere un impatto positivo sull’incidenza di complicazioni della gravidanza è di grande importanza per l’assistenza sanitaria.

L’osteopatia si rivela quindi essere un intervento a bassa tecnologia applicabile in luoghi dove i trattamenti ad alto costo non sono disponibili.

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